lunedì 12 ottobre 2009

Waterloo

L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, | ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole. | Onestà tedesca ovunque cercherai invano, | c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; | ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, | e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.
(W. Goethe, 1817)


Vedi, la rabbia principale è che nemmeno io so cosa dovrei fare. Voglio dire: nel mio piccolo cerco di comportarmi bene ma non basta, no, non basta. Non mi sento appagato e, peggio ancora, cado a volte negli stessi comportamenti che critico. Vedi, basterebbe capire che quello che precede avrà un effetto fondamentale su ciò che seguirà. Sembra facile vero? Basterebbe prendersi le responsabilità, le responsabilità delle proprie azioni, averne cura. Ma per uno che lo fa ce n’è un altro che fa di tutto per evitare di farlo.

Caro mio, abbiamo fondato una nazione su queste fondamenta. Non chiedermi perché poiché non lo so: non ho la cultura della storia, sono a malapena un tecnico che sta tentando di dare una spiegazione a questo suo malessere. Sto covando una letale forma di misantropia verso tutto ciò che mi è attorno ma non ho il coraggio di andarmene perché quello con cui ancora ho a che fare è sufficiente per tenermi ancorato qui: mi affeziono di un affetto nostalgico che non riesco ad abbandonare.

Stanno cambiando le condizioni al contorno e non l’avevo considerato: non trovo più una soluzione a tutto questo. Il mondo attorno a me si muove senza una distribuzione sensata ed io cerco di capire, di provare a carpirne il senso. Lo sai, ho sempre cercato di capire il perché delle cose. Ma mi ritrovo con un pugno di mosche perché un senso non c’è e se, casomai esistesse, non è di questa realtà.

Vedi, trovarsi pessimista a trent’anni credimi, non è granché. E te lo dice uno che è cresciuto con l’ottimismo in tasca. Sto cercando di aggiustare il tiro, di tornare sulle cose semplici che poi sono quelle su cui ho sempre creduto e che più mi hanno dato soddisfazione. Un sorriso, uno sguardo con uno sconosciuto, una serata inaspettata. Lo stare da solo. Lavoro a quaranta chilometri da casa e potrebbe sembrare faticoso ma quando parto la mattina so che avrò mezz’ora da dedicare a me e, ti sembrerà strano, sono contento. D’un tratto ti ritrovi costretto in una gabbia di scelte che ti opprimono e non è la mia futura moglie come ti verrà da pensare. No, assolutamente. Anzi, forse è l’unico strumento valido per uscire da quella gabbia. Non mi riconosco in quello che sto diventando e se mi chiedi come mi vedo nel futuro adesso ti risponderei non lo so perché quello che so non mi piace.

Forse so cosa dovrei fare o mi illudo di saperlo ma, in ogni caso, non avrò il coraggio di farlo. Conservo l’educazione tale per cui non combino decisione avventate. Ascolto ancora musica, meno che in passato. Guardo indietro con la nostalgia di ipersensibile e la nostalgia, credimi, ti devasta quando sei così sensibile. Perché, soprattutto, ti fa vedere il presente come merda.

Può darsi che questo discorso ti appaia poco correlato e forse lo è davvero. Ho condiviso nello stesso capitolo i due fastidi più ricorrenti di questi ultimi anni quasi a scongiurarli assieme come fossero legati l’un l’altro. Più tardi mi coglierà il dubbio se cancellare tutto questo e spalleggiare quell'effimera teoria dell'interiorizzare. Cercherò di non farlo.

venerdì 31 luglio 2009

The seventh sense

Ovvero vedo gente fare sesso dappertutto.

Qualche tempo fa, uscivo dall'ufficio, saranno state le sette. Davanti al mio ufficio c'è un cavalcavia e, proprio sotto, un parcheggio. Per arrivare alla mia auto passo sempre per quel parcheggio. Tenete presente che erano le sette di un giorno di inizio luglio: il sole era ancora alto. Passo di fianco ad una Multipla e vedo un ragazzo seduto sopra con, a cavalcioni, una donna intenta in un atto sussultorio/ondulatorio. Wow, mi son detto, con tutto questo caldo. Spero abbiano il condizionatore acceso. E' infatti l'auto era accesa: secondo me proprio per quello.

Poi, ieri sera, uscivo dal cantiere, erano sempre le sette. Il cantiere è in una zona industriale, su una strada frequentata da camion della spazzatura di notte e di giorno. Mi fermo per telefonare e vedo una Panda con un ragazzo a sedere. Vabbé, starà telefonando anche lui ho pensato. Poi vedo che inizia ad agitarsi ed una ragazza risale dalla sua patta e poi scappano via.

E che cazzo.

giovedì 18 giugno 2009

Il gatto socialista

Un Gatto, che faceva er socialista
solo a lo scopo d'arivà in un posto,
se stava lavoranno un pollo arosto
ne la cucina d'un capitalista.

Quanno da un finestrino su per aria
s'affacciò un antro Gatto: - Amico mio,
pensa - je disse - che ce so' pur'io
ch'appartengo a la classe proletaria!

Io che conosco bene l'idee tue
so' certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni!

- No, no: - rispose er Gatto senza core
io nun divido gnente co' nessuno:
fo er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so' conservatore!

Trilussa